• Dott.ssa Ilaria Fabiano

LA DIPENDENZA DA TV, CELLULARI, COMPUTER










L’esposizione precoce ed eccessiva agli schermi (EPEE), una nuova sindrome che occorre conoscere

di Daniel Marcelli*[1], Marie-Claude Bossière**[2], Anne-Lise Ducanda***[3]


Gli Autori descrivono un insieme di indicatori clinici che compaiono in bambini nei primi anni a fronte di una esposizione prolungata ed eccessiva agli schermi di diverso tipo, definita Esposizione Precoce ed Eccessiva agli Schermi (EPEE). Questo quadro sintomatico comprende disturbi dell’attenzione, ritardo linguistico, difficoltà nell’acquisizione delle abilità motorie fini, uniti ad un interesse esclusivo per gli schermi, comportamenti aggressivi ed instabilità psicomotoria. Questa sindrome sembra comparire verso i 18 mesi e svilupparsi nel secondo anno di vita. Un aspetto fondamentale è che tali sintomi diminuiscono o addirittura spariscono quando ai bambini vengono sottratti gli schermi. Gli Autori propongono alcune chiavi di lettura psicopatologiche ed evolutive per questa sindrome.

1. Premessa

Non è una novità che gli schermi comportino per i bambini anche dei rischi. Questi sono stati segnalati dal 2011 dall’Associazione Francese dei Pediatri Ambulatoriali (AFPA) e a più riprese dall’Accademia Americana di Pediatria (l’ultima volta nel 2016), ed anche da altri. Molte ricerche, come quella più volte citata condotta da Linda Pagani nel 1998[4], hanno evidenziato gli effetti inquietanti di una esposizione prolungata dei bambini e degli adolescenti alla televisione (capacità attentiva, successo scolastico, relazioni sociali), ecc. In Francia Serge Tisseron ha segnalato con regolarità i pericoli connessi agli schermi (campagne 3-6-9-12). Nel 2013 l’Accademia delle Scienze ha pubblicato una nota che segnalava l’interesse, oltre che il pericolo, degli schermi[5], che però risultava poco documentata per quanto riguarda « i piccolissimi » e che riproponeva essenzialmente quanto già indicato da Tisseron. Tuttavia negli ultimi anni tutti i professionisti non solo medici, pediatri o neuropsichiatri, ma anche psicologi, ortofonisti, infermieri, puericultrici, insegnanti di scuola materna, educatrici di nido, stanno constatando l’apparire crescente di comportamenti preoccupanti nei bambini piccoli tra i 6/8 mesi ed i 3/4 anni.

2. Descrizione clinica della sindrome « Esposizione Precoce ed Eccessiva agli Schermi » (EPEE).

In che cosa consiste questo « quadro clinico », secondo la terminologia medica ufficiale ? Esso associa un insieme di sintomi che, in base all’età, comprendono[6]: 1) un ritardo nella comunicazione e nel linguaggio che diventa evidente verso i 18/30 mesi, spesso preceduto dalla riduzione del numero di parole pronunciate, dall’apparizione di uno pseudo-linguaggio (ripetizione ad eco di parole inglesi, numeri, ecc…) e da una particolare prosodia di tipo meccanico; 2) una centratura dell’interesse, progressivamentre sempre più esclusiva, a restare a casa davanti agli schermi; 3) in mancanza di schermi, l’assenza di una ricerca di interazione con i genitori, contrariamente a ciò che solitamente avviene a questa età : disinteresse che può arrivare fino al rifiuto della relazione, tramite il girare altrove il viso; 4) non interesse per i giochi tipici dell’età, in particolare le costruzioni o il gioco simbolico; 5) attività spontanee povere e ripetitive : allineare macchinine, far passare oggetti davanti agli occhi; 6) per i più grandi, una difficoltà di contatto con gli altri bambini; 7) comportamenti con sfumature aggressive: oggetti e giochi lanciati in giro, carta strappata, ecc.; 8) una costante agitazione ed instabilità attentiva; 9) difficoltà nella manipolazione fine, nei giochi di incastro e nei puzzle, che si evidenzia a 18/20 mesi.

Il video postato su You Tube da Ducanda (1 marzo 2017) illustra bene queste manifestazioni sintomatiche individuate da molti clinici.

Questi riscontri riguardano senza eccezione tutti i livelli della popolazione : sono frequenti non solo nelle famiglie socialmente « ben integrate », ma anche in quelle fragili e vulnerabili, che vivono in situazioni di grande precarietà. Qui molto spesso ai bambini piccolissimi viene dato uno schermo, nella speranza che esso ne stimoli lo sviluppo e ne faciliti gli apprendimenti o l’integrazione nella cultura locale. I gruppi sociali vulnerabili sono spesso quelli più esposti a questo tipo di rischio. Rileviamo anche che a livello degli ambienti sociali cosiddetti « privilegiati », grazie alle conoscenze attuali, è più facile evidenziare il danno legato all’esposizione agli schermi.

Vignetta clinica n°1:

Yaël: Gravidenza, parto ed i primi mesi sono senza problemi. Yaël è un bambino vivace, reattivo, sorridente, cinguettante, che afferra gli oggetti che gli vengono offerti, capace di rispondere quando chiamato per nome, che guarda bene negli occhi. Quando ha 6 mesi la madre riprende le sue attività, lavora in casa ed installa un programma per piccolissimi. E’ inverno, escono poco. Yaël passa 6 ore al giorno davanti allo schermo. Smette di utlizzare i giochi, non reagisce più alla presenza della madre, non cerca di attirare la sua attenzione. A 11 mesi viene affidato per un giorno ai nonni ed essi esprimono la loro inquietudine. Informati dal loro medico circa i rischi dell’esposizione agli schermi, i genitori decidono di sospenderla del tutto quando il bambino ha 11 mesi e mezzo. L’esposizione intensiva è durata cinque mesi e mezzo, vale a dire la metà della vita di Yaël! Assai presto, il suo comportamento si modifica : guarda meglio negli occhi, riscopre gli oggetti ed imita l’adulto: gioca con la mamma a tu per tu, ama le coccole, guarda attentamente in viso, è interessato alla natura e ai suoi rumori, quando escono insieme.Lo sviluppo sembra aver ripreso il suo corso.

L’invasione del vario tipo di schermi nella vita quotidiana è iniziata attorno al 2007/2008. Occorre riconoscere che l’esposizione ad essi da parte dei bambini molto piccoli (meno dei 3/4 anni)[7] è un fenomeno recente. Essa si è rapidamente e massivamente amplificata a causa del moltiplicarsi della varietà degli schermi (TV, computer). Dal 2012 si è imposta quella degli schermi mobili, che per definizione vengono portati sempre con sé, dappertutto (smartphone, tablet, piccole consolle di gioco). Questi vengono proposti ai bambini piccolissimi e regolarmente messi nelle loro mani dai genitori o dai fratelli maggiori, n tutti i momenti della vita quotidiana: certamente nei momenti di gioco, ma anche nei negozi, nelle sale di attesa, in auto e nei trasporti pubblici. Perfino durante il pasto o per addormentarsi lo schermo è davanti agli occhi dei bambini piccolissimi, al punto che per alcuni di essi diviene un « compagno di vita » quasi permanente. Il tempo trascorso a guardare lo schermo può rapidamente diventare considerevole e costituire una parte non trascurabile del loro tempo di veglia. Davanti allo schermo, il piccolo sembra letteralmente « ritirato dal mondo » in due modi : attivamente in quanto si distoglie da solo dal contesto esterno; passivamente, perchè è « ritirato dal mondo » dal potere captatore dello schermo. Davanti ad esso diviene improvvisamente « immobile come una immagine » : ma in realtà i bambini non sono immagini !

Tra i 6/8 mesi e i 3/4 anni questa invadenza è particolarmente grave dato che questa fase evolutiva rappresenta il periodo in cui emerge la capacità di attenzione, l’esplorazione/manipolazione degli oggetti, lo sviluppo delle interazioni sincroniche e poi il linguaggio ed infine la capacità di « riferimento sociale » : linee evolutive che l’esposizione eccessiva rischia di ostacolare. Proponiamo qui qualche ipotesi relativa a tale « perturbazione ambientale ed evolutiva » derivante dall’esposizione precoce e eccessiva agli schermi, che conferma quelle già avanzate da Aric Sigman.

3. Ipotesi neuropsicologiche sui disturbi dell’attenzione

Occorre tener presente un dato di fatto: tutti gli schermi esercitano un’attrazione potente, una sorta di captazione/fascinazione dello sguardo nel bambino piccolo, che sembra ipnotizzato. Da dove viene questo potere ipnotico ? La captazione si spiega facilmente con il fatto che, a partire dalla nascita, l’occhio è attratto dal movimento : tutto quello che si muove attrae fortemente la visione. I vídeo programmati per i bambini « offrono » un movimento permanente. Non vi sono quasi mai immagini fisse, tutto gesticola in continuazione.

Ma vi è di più. Occorre anche evidenziare un paradosso: i piccoli sono capaci di restare immobili, « attenti » difronte al muoversi delle immagini - e al chiacchiericcio che lo accompagna- per una durata che oltrepassa ampiamente ciò che un bambino della stessa età in condizioni normali, nella vita reale, riesce a fare. Rispetto ai bambini che non usano gli schermi, questi “sfarfallano” in continuazione, vanno e vengono, sembra si interessino a un oggetto o a una situazione, ma poi se ne distolgono e fanno un’altra cosa. In sintesi, dimostrano una maggiore distraibilità, una incapacità di tenere fisso lo sguardo su un oggetto fermo e ad investirlo della funzione che gli è propria. Come possiamo leggere questa evidente contraddizione tra una capacità attentiva sovra-investita ed una capacità di interesse/investimento sugli oggetti reali deficitaria? Dominique Boullier, economista, specialista di media e dell’«economia dell’attenzione » lo afferma senza abbellimenti: « il catturare l’attenzione, condizione basilare per catturare il pubblico è un’offensiva permanente dei media e dei contenuti da loro offerti ». Tutto è previsto dunque per impadronitsi dell’attenzione, grazie a degli effetti di salienza, per poi conservarla prigioniera, catturata. Il livello di raffinatezza delle strategie utilizzate per mantenere lo spettatore con gli occhi attaccati allo schermo è impressionante : nozioni di vicinanza, d’immunità, di contenimento, d’immersione, di grado di irreversibilità, di fidelizzazione per mantenere l’attaccamento allo schermo, di messa in allerta, di impresa e di sorpresa…

Per illustrare meglio questi concetti, confrontiamo un bambino di 2/3 anni che guarda un libro assieme ad un adulto e lo stesso bambino che guarda la medesima storia su un tablet. Con il libro, l’adulto commenta le immagini, legge il testo, mostra col dito i dettagli. Così sostiene l’attenzione del bambino. Sappiamo che, abbastanza regolarmente, il bambino sembra guardare altrove. Dopo 15 o 20 secondi il genitore recupera l’attenzione del bambino, spesso mostrandogli un nuovo dettaglio nell’immagine poi prosegue con la storia. Cosa è successo ? Per 15/20 secondi il bambino si è distolto dall’immagine, ma per riuscire meglio a pensare/fantasticare : in qualche modo ha attivato una abilità di pensiero autonomo (da alcuni chiamata « riccioli riflessivi »). Tale capacità di distogliersi dal percepito per investire sul pensiero è, dal nostro punto di vista, un fattore essenziale per lo sviluppo dell’attenzione non percettiva, bensì mentale o psichica, ossia una attività neuro-cognitiva indipendente dalle stimolazioni percettivo-sensoriali. In modo opposto, la storia sullo schermo, sempre basata su una incessante agitazione, attira le funzioni visive ed uditive, intriga il bambino piccolo ed ostacola la capacità di distogliersi dal percepito per poter pensare/fantasticare. Il che porta ad un paradosso osservabile quotidianamente : bambini piccolissimi stranamente immobili, silenziosi davanti agli schermi e costantemente agitati quando ne sono privi. Può darsi che stiano ricercando nel mondo reale la sovra-stimolazione cui sono abituati e che comincia ad avere effetto su di loro …

Noi non nasciamo con una « quantità di attenzione » nel nostro cervello geneticamente determinata! Lattenzione è una funzione neuro-evolutiva socialmente e interattivamente costruita, all’interno di una epigenesi interattiva che progressivamente costruisce reti sinaptiche, secondo la seguente sequenza: 1) imparare a focalizzarsi su uno stimolo attraente, leggermente mobile come quello che caratterizza il processo di « attenzione condivisa » nel faccia- a- faccia (tra i 3 e i 4 mesi) ; 2) imparare a distogliersi da stimoli non pertinenti ed a disinvestirli, per poter concentrare l’attenzione su ciò che ha significato nell’ambito della « attenzione congiunta » tra adulto e bambino nei confronti di un oggetto terzo, come un sonaglio o un animaletto (tra i 5/6 e gli 8/10 mesi) ; 3) mantenere e sostenere il pensiero o la fantasia del bambino piccolo quando si distrae temporaneamente dallo stimolo, per poter attivare «l’attenzione psichica», come accade ad esempio della lettura condivisa di un libro[8]. E’ all’interno di tale sequenza che vengono ad interporsi gli schermi, rompendo questo svolgimento così delicato.

4. Lo schermo, una privazione dell’esplorazione del mondo

Nei bambini più piccoli (tra i 6 e i 18 mesi) questa captazione/fascinazione avviene a scapito dell’esplorazione manuale e sensoriale attraverso i sensi e la bocca, fondamentale a questa età per conoscere gli oggetti del mondo fisico. Certamente si sviluppa il gesto di sfiorare lo schermo con l’indice e quello di avviarlo/fermarlo con il pollice e l’indice: ma gli schermi privano i bambini dell’esplorazione con le mani e della progressiva presa di coscienza della consistenza, della qualità del contatto con gli oggetti e delle loro caratteristiche spaziali. Tale privazione dell’esperienza motoria rispetto alla realtà può rendere conto delle caratteristiche motorie che spesso presentano questi bambini : sfiorano gli oggetti anzichè prenderli in mano, una manipolazione goffa, una mancanza di interesse crescente per esplorarli, una perdita di curiosità per comprenderne i possibili utilizzi.

5. Ipotesi neuropsicologiche riguardanti i disturbi relazionali

La particolarità degli schermi è soprattutto di alterare profondamente la qualità strutturante della relazione adulto-bambino. Per chiarezza, occorre distinguere tra il livello iniziale delle interazioni sincronizzate sé-altro dal periodo successivo detto della «referenza sociale » e infine la disponibilità interattiva dell’adulto.

a) Una de-sincronizzazione interattiva

Le interazioni sincronizzate iniziano nei primissimi mesi e si sviluppano pienamente tra i 6/8 mesi e i 18/24 mesi, prima dell’apparire del linguaggio. Esse sono volta a volta mimiche, prosodiche, toniche, gestuali e realizzano ciò che Daniel Stern ha descritto con il termine «sintonia affettiva». Gli schermi, se il bambino piccolo vi è esposto regolarmente e a lungo, provocano una «de-sincronizzazione interattiva » ripetuta, durevole ed intensa. Accaparrato dallo schermo, egli non risponde più alle sollecitazioni interattive dell’adulto (quasi che queste lo disturbassero!), non lo ricerca -in particolare mediante lo sguardo-, perché questo è imprigionato. In caso di forte sovra-esposizione durante il secondo e terzo semestre di vita (tra i 6 e i 18 mesi), si assiste poco a poco all’estinguersi di tali sequenze interattive, in cui di solito domina una dimensione affettiva di fondo, un aspetto gioioso ed allegro, accompagnato da un coinvolgimento relazionale condiviso e reciproco. In una parola: il piacere e il desiderio della relazione con l’altro si spengono progressivamente, parallelamente alla capacità fondamentale di essere in sincronia in questa relazione.

Quando gli occhi del bambino sono incollati al movimento delle immagini, davanti a lui vi sono scenari che si snodano in modo meccanico senza alcuna sintonia con il suo stato emotivo. Di fatto la sua mimica ne è una immagine: occhi spalancati e sguardo quasi congelato, la parte bassa del viso immobile, bocca serrata, senza espressione, muto. Le sequenze proposte sugli schermi hanno un doppio effetto : lo « spettacolo » in perpetuo movimento capta lo sguardo dei piccoli, ma tale cattura avviene senza alcuna sincronia interattiva attraverso cui essi possano sperimentare, comprendere, vivere, provare, ecc. Che si tratti dunque della mimica o della prosodia di queste immagini che si muovono, di un viso che gesticola, delle parole che si concatenano[9], tali de-sincronizzazioni interattive ripetute e prolungate non consentono di « comprendere » la relazione nel significato preciso del termine « com-prendere », prendere insieme, come invece avviene nel corso delle interazioni sincronizzate. Siamo legittimati a ritenere che se tali de-sincronizzazioni interattive si prolungano per uno o due anni, possano prodursi effetti nefasti sulla capacità dei bambini piccoli di entrare in relazione con gli altri esseri umani, dal momento che, nel corso della fase evolutiva sensibile, non hanno « imparato » a far conto su una sintonia strutturante.

b) Una estinzione dell’interesse per l’altro

Può anche aggiungersi un secondo effetto dannoso, suscettibile di ostacolare una linea evolutiva fondamentale: l’interesse per l’altro, ossia ciò che viene chiamato il periodo del « riferimento sociale ». Se fino a 12/18 mesi il bambino è spontaneamente attirato dagli oggetti che può manipolare e che cerca di esplorare, superata questa fase esplorativa, egli si rivolge in modo privilegiato alle persone, soprattutto ai genitori, per cui il suo interesse non è centrato sull’oggetto in se stesso ma su quello che queste persone possono farne. Sulla base di questa motivaziine, il bambino piccolo progressivamente sviluppa condotte imitative con gli oggetti utilizzati dall’adulto, poi con « giocattoli» che spesso riproducono tali oggetti in miniatura. La cattura dell’attenzione da parte degli schermi è un vero e proprio veleno per la possibilità che questa finestra evolutiva si apra, si installi e si stabilizzi. Lo si vede chiaramente nei bambini resi prigionieri degli schermi. Spesso essi rifiutano il contatto con l’altro, appaiono aggressivi ed hanno il solo desiderio di ritrovare lo schermo che è stato allontanato. Progressivamente si assiste all’affievolirsi della motivazione verso l’altro ed all’impoverimento delle condotte affiliative ed imitative: sparisce il gioco del «far finta di » ed i giocattoli sono sparpagliati o distrutti.

E’ noto come la sintonia iniziale abbia una funzione strutturante e come successivamente l’interesse per l’altro mediante i comportamenti affiliativi ed imitativi costituisca la piattaforma dell’empatia e della possibilità futura di sviluppare una « teoria della mente », ossia la capacità che prende forma verso i 4 o 5 anni di attribuire agli altri un pensiero personale. Tutte queste funzioni sono alla base delle competenze relazionali sia a livello concreto (i comportamenti relazionali) sia sul piano emotivo (il desiderio ed il piacere di entrare in relazione con l’altro). E’ l’insieme di questo « rapporto con l’altro » che rischia di essere rovinato dall’esposizione precoce ed eccessiva agli schermi, la quale può arrivare a ciò che noi chiamiamo, forse abusivamente, “comportamenti a sfumatura autistica”. Abusivamente perchè questi bambini non sono, nel senso letterale del termine, ripegati su se stessi, dato che sono costantemente attratti dallo schermi. Ma forse il termine “abusivamente” non è così fuorviante perchè essi, dentro ad una loro bolla in compagnia dello schermo[10], s’isolano dagli altri e poco a poco perdono le capacità di entrare in relazione.

Da qui l’interesse e l’urgenza di interrompere tale sovra-esposizione e di re-introdurre il più intensivamente possibile scambi con altre persone (i genitori anzitutto!), basati su giochi motori, filastrocche, sorprese, giochi simbolici : in breve, tutto ciò che gli adulti mettevano in atto nel corso della giornata con i bambini piccoli quando ancora gli schermi non assorbivano gli uni e gli altri, fino ad arrivare ad isolarsi reciprocamente.

c) Catturare l’attenzione dell’adulto

E’ fondamentale notare che tale de-sincronizzazione ed estinzione dell’interesse per l’altro avviene anche nell’adulto nei confronti del bambino. I genitori sono a loro volta presi dall’attrazione per gli schermi, che essendo piccoli e maneggevoli, sono quasi permanentemente nelle loro mani. Lo sguardo e l’orecchio sono captati da immagini, parole, messaggi, giochi e gli adulti vi passano molto tempo, anche in presenza dei piccoli. Rispetto al mondo di questi ultimi, gli adulti risultano completamente de-sincronizzati! E’ un tempo sottratto alla disponibilità interattiva dell’adulto che, regolarmente impegnato con il proprio schermo, non risponde più alle sollecitazioni del piccolo sia nei contesti sociali che a casa [11], soprattutto nel periodo evolutivo del riferimento sociale, quando il bambino ha un bisogno imperioso di sollecitare l’adulto per « capire il mondo ». Se troppo sovente i suoi tentativi di attirare l’attenzione falliscono, il bambino può rinunciare e ripiegarsi su di sé, cercando attraverso qualche auto-stimolazione di ottenere quello di cui ha bisogno. Il cerchio si chiude quando l’adulto può dedicarsi tranquillamente al suo schermo, intanto che il bambino è a sua volta «tranquillo» davanti al suo: non sollecita più l’adulto, non chiede più nulla! Due isolamenti paralleli. L’esposizione eccessiva agli schermi realizza quindi una reale deprivazione relazionale, nell’età in cui i bambini hanno un bisogno vitale di tali interazioni: gli effetti devono comunque essere differenziati rispetto alla carenza di cure o alla deprivazione affettiva.

In più, la forza attrattiva dello schermo sull’attenzione dell’adulto produce di rimbalzo un altro effetto sui piccolissimi. Tutti i genitori giovani sono sempre sorpresi dell’interesse dei bambini piccoli per gli smartphone. Ma non c’è da stupirsi, sapendo che i bambini sono sempre molto attirati precisamente dagli oggetti su cui portano l’attenzione gli adulti: vogliono prendere proprio questi e « capire » come mai risultino tanto interessanti. A questa età, tutti gli oggetti e le situazioni che suscitano l’interesse dell’adulto evocano a specchio l’attenzione e l’interesse dei bambini. Quando poi essi ottengono uno schermo, i genitori si meravigliano che i bambini siano cosi precocemnente affascinati dagli oggetti dei «grandi » !

6. Argomentazioni per formulare una diagnosi della sindrome « EPEE »

Una serie di argomenti clinici invoca dunque la necessità di descrivere un nuovo disturbo neuro-evolutivo, l’«esposizione precoce ed eccessiva agli schermi (EPEE) ». Esso è legato ad un nuovo fattore ambientale perturbante (gli schermi in tutte le forme), che interferisce con i bisogni evolutivi nella prima infanzia (meno di 3/4 anni). Tale disturbo associa in un insieme più o meno completo, a seconda dell’intensità e della durata dell’esposizione, un ritardo comunicativo e linguistico, che diventa evidente a partire dai 2/3 anni, un interesse esclusivo per gli schermi, una instabilità attentiva, forme di agitazione e disturbi del comportamento, le difficoltà con i pari, la goffaggine motoria, le turbe della regolazione tonica e dello sviluppo psicomotorio, ecc.

Vignetta clinica n°2:

Yanis, a 3 anni, mostra attività stereotipate multiple: gira in tondo, parla alla tenda, gratta i muri, accende e spegne la luce, allinea le macchinine... Il linguaggio è limitato a 15 parole. Presenta un bruxismo. La motricità sembra adeguata. Un servizio specialistico pone la diagnosi di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA). Ma lui indica con il dito, comprende consegne semplici, ha un contatto oculare, pur se difficile da ottenere. Trascorre ore davanti a TV, tablet, smartphone. Non ha rapporti sociali. Tale diagnosi di autismo mette in panico la madre, che cambia completamente il clima educativo: toglie tutti gli schermi e parla e gioca con il figlio. Due mesi dopo, ad una nuova consultazione, Yanis ha fatto molti progressi. Ha sempre crisi di collera e picchia i due fratellini, ma è iniziato un rapporto di gioco con loro. L’attenzione condivisa è una novità : egli sollecita la mamma per aiutarlo ad organizzare un gioco con i suoi personaggi. Il contatto oculare è migliorato, il piccolo è presente, attento ed ascolta quello che dicono gli adulti. Con la madre scambia, molto commosso, qualche suono e qualche parola. La diagnosi di DSA puà essere messa in discussione? I progressi relazionali iniziati dopo la fine della sovra-esposizione agli schermi e ampiamenti constatati nella consultazione, sembrano evocare una sindrome EPEE.

Tra gli elementi diagnostici significativi possiamo prendere in considerazione: 1) una valutazione minuziosa del tempo che il piccolo trascorre davanti ai vari schermi nel suo ambiente abituale ed altrove (a casa, in auto, nei negozi, nelle sale di attesa, durante i pasti, al momento di andare a letto, ecc.). Deve essere precisata l’età di inizio all’esposizione, il tempo complessivo trascorso ogni giorno davanti ai vari schermi, non tralasciando quelli che sono utilizzati o prestati da fratelli/sorelle. Questa è oggi una necessità clinica ineludibile e prioritaria per tutte le altre ipotesi diagnostiche; 2) la maggioranza dei bambini affetti dalla sindrome « EPEE » non gira lo sguardo, non guarda facilmente l’adulto restando sensibile alla relazione : questo vale soprattutto per i più piccoli (tra i 6/8 ed i 16/18 mesi) dato che, con l’età e la durata dell’esposizione, il rifiuto del contatto può divenire più manifesto; 3) il riscontro minuzioso delle regressioni ossevate (qualità interattiva, interesse per gli altri, sorriso, cinguettio, attenzione condivisa e prime parole, ecc. ; 4) infine la sottrazione totale degli schermi, dopo un periodo difficile di protesta attiva da parte del bambino, che può durare da 1 a 15 giorni per i più grandi (reazioni intense, pianti, urla, comportamenti con venature auto-aggressive), porta ad un miglioramento comportamentale: migliore contatto visivo, viso più espressivo e sorridente, ricerca di coccole, piacere nei giochi relazionali, riscoperta dei diversi giochi tipici dell’età (costruzioni, personaggi, giochi simbolici) e ripresa della comunicazione linguistica. Tale miglioramento è tanto più rapido e completo se la eliminazione dell’esposizione eccessiva avviene precocemente, tra i10/12 e i18/20 mesi. Se tale eliminazione avviene più tardivamente, oltre i 3 anni, i progressi sono più lenti e parziali. In qualche caso la diagnosi differenziale rispetto all’autismo può risultare complessa.

7. La questione dell’autismo: diagnosi differenziale

Effettivamente, la sindrome « EPEE » può prestarsi ad errori o confusione diagnostica, in particolare rispetto ai disturbi dello spettro autistico (DSA), da cui invece occorre distinguerla. Alcuni clinici hanno parlato di «sintomi con sfumatura autistica», altri sono giunti a invocare un «autismo virtuale ».

Queste definizioni hanno provocato la rivolta di un certo numero di genitori di bambini autistici. Questi ultimi si calmano volentieri davanti agli schermi. Sembrano imparare più dagli schermi che dalla relazione con gli esseri umani. Quindi i genitori dei bambini autistici tendono frequentemente ad offrire loro gli schermi. Possiamo comprendere la vivacità della loro reazione, dato che possono ancora una volta sentirsi messi sotto accusa. Le espressioni «sintomi con sfumatura autistica», «autismo virtuale » hanno scatenato una polemica inutile (e soprattutto contro-producente), in quanto distoglie l’attenzione dei medici, dei politici e della popolazione in generale dal problema reale, che è un problema di salute pubblica : ossia la reale nocività degli schermi per i bambini piccoli.

Quali sono gli indicatori clinici che permettono una diagnosi differenziale? I bambini tra i 2 anni e mezzo ed i 4 anni, se presentano sintomi di « EPEE », hanno una forte tendenza ad isolarsi, dato che la loro attenzione è fissa sullo schermo. Ma non sono insensibili alla relazione. Alcuni possono conservare la capacità di indicazione con il dito di tipo dichiarativo. Nel corso delle valutazioni, tutti questi bambini ottengono dei punteggi che normalmente si situano nella zona limite del test : non presentano un caratteristico profilo di autismo, ma « soltanto » di DSA.

!Questo pone anche la questione dei limiti dell’entità dei Disturbi dello Spettro Autistico. I criteri diagnostici non devono essere estesi oltre limiti ragionevoli, dal momento che includono un numero crescente di bambini che, per ragioni molto diverse rifiutano la relazione, si rinchiudono in un relativo isolamento, ma che nel momento in cui vengono coinvolti, possono molto rapidamente rispondere in modo positivo alle sollecitazioni interattive. Occorre fornire loro le opportunità! Incontestabilmente, l’aumento quasi esponenziale delle diagnosi di DSA apre questo tipo di domande e pertanto l’urgenza di interrogarsi.

Infine, ultimo elemento che contribuisce alla diagnosi differenziale riguarda la ripresa dello sviluppo dopo l’interruzione dell’esposizione eccessiva agli schermi. I bambini con sindrome “EPEE” tra i 18 mesi e i 4 anni mostrano un indiscutibile rapido miglioramento della relazione con l’altro durante tutte le prime settimane che seguono alla privazione degli schermi, una volta superate le reazioni di frustrazione, collera o rabbia. Velocemente si mettono alla ricerca della relazione, vanno verso l’adulto, fanno le coccole e le ricercano. Mentre non si osserva mai un simile miglioramento, rapido ed improvviso, nei bambini con autismo tipico. Inoltre, i disturbi dell’attenzione ed i ritardi linguistici regrediscono meno velocemente, anche se spesso si constata l’apparizione di nuove parole e soprattutto una nuova ricerca di scambi comunicativi, ad esempio attraverso il gesto dell’indicare con il dito. La sottrazione degli schermi non fa magicamente sparire tutti i sintomi, ma l’indiscutibile miglioramento che ne consegue permette di formulare la diagnosi di “EPEE” .

8. Conclusioni, raccomandazioni, consigli e prevenzione

Le ipotesi neuro-evolutive che abbiamo proposto, fortemente supportate da evidenze cliniche, dovrebbero certamente essere validate da ricerche specifiche. In effetti questo problema dell’Esposizione Precoce ed Eccessiva agli Schermi nei bambini tra i 5/6 mesi ed i 3/4 anni è relativamente recente ed è diverso sia dal consumo mediale da parte di bambini più grandi e di adolescenti, che anche dalla semplice esposizione alla TV, come risulta dai lavori di Linda Pagani.

Appare urgente quindi avviare ricerche specifiche, che oggi risultano terribilmente deficitarie. Trattandosi di un problema recente, è quanto meno paradossale rimproverare ai clinici di non basarsi sui risultati di ricerche, attualmente inesistenti. Invece sono i ricercatori e gli studiosi a dover rispondere alle sollecitazioni dei clinici. Occorre urgentemente intraprendere due tipi di ricerche : studi epidemiologici su un campione rappresentativo di questa popolazione di bambini piccoli, per riuscire a definire con più precisione i loro tempi di esposizione agli schermi; ricerche-azione, anche non necessariamente con grandi numeri, che mettano a confronto l’evoluzione psicologica dei bambini esposti agli schermi a 3, 6 e 9 mesi con quella di bambini della stessa età, i cui genitori abbiano accettato di interrompere l’esposizione, sulla base di abbinamenti che prendano in considerazione anche altre variabili (soprattutto sociali ed economiche). Questo tipo di ricerca in contesti di vita naturali potrebbe fornire rapidamente dei dati precisi e dei chiarimenti in grado di rendere maggiormente oggettivo il dibattito attuale.

Incontestabilmente, l’esposizione precoce ed eccessiva nei bambini molto piccoli può comportare disordini neuro-evolutivi di estrema gravità. E’ dunque urgente una politica di prevenzione. Pur se qualche genitore ben informato inizia ad averne una chiara consapevolezza, sarebbero comunque opportune ed auspicabili campagne informative ed energiche azioni di sensibilizzazione.

Attualmente, quali suggerimenti possiamo dare ai genitori dei bambini molto piccoli ? Certamente la privazione totale fino ai 3 o 4 anni sembrerebbe la soluzione radicale, con un messaggio privo di ambiguità. Ma occorre di fatto constatare che tale privazione totale, in assenza di una sindrome “EPEE” già presente, appare illusoria anche per i più piccoli : conosciamo bene la forza dell’industria digitale e degli interessi economici che vi sono connessi. Sappiamo bene che le raccomandazioni in negativo non vanno mai a buon fine.

Inoltre deve essere rispettata la libertà individuale.

Infine va ricordato che gli schermi ci hanno invaso e che i bambini nati all’inizio del millennio stanno con genitori che vivono con gli schermi : meglio dunque insegnare a genitori e bambini come utilizzarli, anzichè demonizzarli. Una direzione prioritaria di ricerca e di politica di salute pubblica dovrebbe essere una pedagogia che insegni l’uso degli schermi in famiglia e con i bambini più piccoli. Gli schermi dovrebbero essere utilizzati dai bambini sotto i 3 o 4 anni solo in presenza dell’adulto e per un tempo limitato (tra i 5 ed i 15 minuti in rapporto all’età). Al termine di questo tempo lo schermo dovrà essere sistematicamente dis-connesso, per permettere all’adulto di « riprendere il polso» della situazione, commentando le immagini, raccontando la storia e mimandola : cioè, riattivando con il bambino una interazione vitale e ludica. Questo tempo di «sospensione dallo schermo » dovrebbe durare molto più a lungo di quella dell’esposizione.

Tutti i programmi video predisposti per i più piccoli non dovrebbero oltrepassare la durata prevista, quando lo schermo si ferma su una immagine fissa o su uno sfondo scuro, in modo che il bambino se ne possaa distogliere.

In sintesi, schermi e video possono essere utilizzati come un oggetto terzo che permetta un arricchimento della relazione adulto/bambino e che consenta intuitivamente al bambino di introdurre quei tempi di sospensione e di riflessione, che la natura captativa degli schermi e la sua immaturità non gli permettono di cogliere spontaneamente.

Questi suggerimenti non sarebbero completi se non venissero rivolti anche agli stessi adulti : quando sono con bambini piccoli (meno di 3/4 anni) gli adulti, soprattutto i genitori, dovrebbero accettare la frustrazione di non utilizzare loro stessi gli schermi in modo eccessivo, evitando di usarli a lungo: in modo da restare disponibili alla relazione con i figli piccoli e rispondere alle loro sollecitazioni interattive.

Ne va della propria responsabilità genitoriale, in quanto essere al corrente di questi rischi li sollecita a recuperare tutte le competenze relazionali: essi sono di gran lunga, molto più di qualunque schermo, i migliori interlocutori, i migliori compagni di gioco ed i migliori interpreti del mondo per i loro figli.

[1] Professore emerito di Psichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza ; Presidente della Société Française de Psychiatrie de l’Enfant, de l’Adolescent et des Disciplines Associées, daniel.marcelli46@orange.fr


[2] Pedopsichiatra, medico ospedaliero, mc_bossiere@hotmail.fr


[3] Medico di PMI, aldk@hotmail.fr

Traduzione dal francese di Barbara Ongari


[4] L. Pagani, 2010


[5] Bach e collaboratori, 2013),


[6] M.C. Bossière, 2017


[7] In questo articolo faremo riferimento solo a questo periodo evolutivo


[8] Non è certo il libro in sé che esercita questa funzione, ma la presenza di un adulto accanto al bambino, che commenta le immagini e racconta la storia, lasciando al piccolo il tempo per le sue fantasie. Infatti quando il libro è semplicemente messo in mano al bambino, lui non ne fa molto uso, spesso lo strappa, lo sparge sul pavimento e vi cammina sopra.


[9] Non affrontiamo qui i disturbi del linguaggio, che sono molto frequenti: ritardi, pseudo-linguaggio, prosodia meccanica. Questi corrispondono alla stessa logica dei disturbi relazionali, di cui fanno parte stante la mancanza di interazione linguistica tra il bambino e lo schermo.


[10] L’espressione “è nella sua bolla” è costantemente usata dagli operatori per descrivere questi bambini.


[11] Ancora prima di arrivare a casa, talvolta dai reparti di maternità è « offerto » un tablet alle mamme che hanno appena partorito, con dei programmi dichiarati educativi, senza tuttavia alcuna informazione sui rischi che vengono denunciati qui.


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